Qualche giorno fa mi sono imbattuta nei video di alcuni creator che parlavano del tanto discusso libro di Follettina Creation (aka La Piccola Folly).
Non ci troviamo di fronte all’ennesimo YouTuber che pubblica la propria autobiografia patinata firmata da una grande casa editrice, con tanto di ghost writer e tour promozionale, qui si parla di un lavoro decisamente più “grezzo“.
Il libro è stato auto pubblicato tramite il servizio di self-publishing di Amazon, e la polemica nasce dal fatto che nella descrizione del prodotto, non ci sia alcun tipo di disclaimer sull’uso dell’Intelligenza Artificiale, ma chi ha acquistato e sfogliato il libro non ha avuto dubbi: è palesemente generato da un’AI (e probabilmente mai riletto).
Come c’era da aspettarsi, il popolo del web si è subito spaccato in due fazioni opposte:
-
Da una parte i puristi dell’editoria: professionisti e appassionati che difendono a spada tratta la filiera del libro, un settore già in sofferenza e drammaticamente colpito dalle AI generative, che gridano allo scandalo per l’ennesima spazzatura digitale immessa sul mercato.
-
Dall’altra ci sono i pragmatici: persone più indulgenti che spezzano una lancia a favore della creator e che conoscendo il personaggio (una donna semplice, con un linguaggio genuino e non certo accademico), sostengono che nessuno si aspettasse un prodotto di alta qualità da essere candidato al Premio Strega.
E se devo essere sincera, io pendo di più verso il secondo gruppo.
Usando l’AI tutti i giorni per lavoro, ho sviluppato una specie di radar: riesco a sgamare subito post, articoli o un contenuti sintetici e credo anche che se una persona che non fa la scrittrice di professione (e che non ha ingaggiato un ghostwriter in carne ed ossa) decide di lanciare un libro, mi sembra quasi ovvio che si sia affidata a un algoritmo.
Non condanno Amazon e i suoi strumenti di self-publishing, ma il modo in cui vengono usati. In casi come questo, l’unica soluzione per “boicottare il sistema” è semplicemente applicare il proprio potere d’acquisto: non lo compro, non lo leggo e non regalo visibilità a chi cerca scorciatoie.
Ma c’è un problema di fondo che travalica la singola YouTuber:
Vendere il risultato di un prompt come se fosse farina del proprio sacco non fa altro che dimostrare una cosa: quanto siamo sostituibili.
Lo abbiamo ripetuto spesso negli articoli e nei podcast: se dietro a quello che fai non emergono la tua conoscenza, la tua esperienza e la tua personalità, allora sì, l’AI ti ha già rimpiazzato, e la colpa è solo tua.
Quando l’AI diventa un alibi
Per capire quanto questo fenomeno stia dilagando, basta cambiare totalmente scenario.
La settimana scorsa sono andata in una palestra vicino a casa per chiedere informazioni sui corsi e l’addetta alla reception, con un certo orgoglio, mi ha spiegato che le schede di allenamento vengono ormai generate direttamente dall’AI: ti siedi, scarichi l’app, rispondi alle domande e la scheda di allenamento è pronta.
Certo, ha aggiunto che l’AI fa domande standard e che non tiene conto di infortuni o problemi di salute particolari, per quelli “bisogna poi chiedere una modifica al personal trainer”, ma l’approccio di base è delegato ad un algoritmo.
Sulla carta, la situazione è identica a quella del libro: un servizio automatizzato via prompt, eppure, la mia reazione è stata diametralmente opposta.
Nel caso del libro posso scegliere di ignorarlo, ma in una palestra, dove pago una quota di iscrizione, mi aspetto che nel prezzo sia compreso il “tempo” che un professionista passa a studiare il mio corpo, i miei obiettivi e le mie esigenze. Se devo fare tutto da sola con un algoritmo, tanto vale generarmi la scheda a casa, gratis e senza muovermi dal divano.
La vera domanda: quanto vale la nostra professionalità?
Questi due episodi, pur così diversi, portano alla stessa fondamentale riflessione: quanto siamo disposti a pagare per la vera professionalità?
Abbiamo sempre ripetuto che l’Intelligenza Artificiale non potrà mai sostituire del tutto l’essere umano, a meno che non sia l’umano stesso a permetterglielo e quando usiamo l’AI per risparmiare tempo e offrire un servizio vuoto (come nei casi analizzati), stiamo implicitamente dicendo ai nostri clienti che il nostro lavoro non vale nulla.
Usare l’AI come punto di partenza è intelligente, usarla come punto d’arrivo è solo pigrizia travestita da innovazione. La differenza tra un professionista e un generatore di contenuti sta tutta nel dietro le quinte: l’esperienza, lo studio, la ricerca del dettaglio e anche quel pizzico di imperfezione umana che nessun prompt potrà mai replicare.
Voi che ne pensate? Accettereste una scheda in palestra o un libro scritto da una macchina allo stesso prezzo di un lavoro umano?
Qui su MarkeThink trovi altri articoli in cui parlo di marketing digitale, social media e intelligenza artificiale con uno sguardo più umano e meno performativo.
E se preferisci ascoltare invece che leggere, puoi seguirmi anche nel podcast, dove approfondisco questi temi tra dubbi, esperienze e domande che spesso nel digitale lasciamo sullo sfondo.
