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Il vero impatto dell’AI sulla nostra curiosità

Giorni fa, durante una cena tra amici, si parlava di come i chatbot di intelligenza artificiale, da Gemini a ChatGPT, siano diventati i nostri “migliori amici”, ne siamo praticamente dipendenti e li usiamo per tutto: dal lavoro, all’organizzazione di attività della nostra vita quotidiana fino a risolvere dubbi personali.

Nonostante l’amico virtuale sempre nelle nostre tasche, ho notato che è cambiato anche il modo in cui ci informiamo e studiamo argomenti nuovi, praticamente in modo superficiale, così mi è tornato in mente una frase che mio padre mi ripeteva spesso:

“Voi siete fortunati ad avere Internet. Con il web accessibile a tutti, oggi essere ignoranti è solo una scelta.”

Io mi considero da sempre una persona curiosa, una di quelle che non ha mai davvero superato la fase infantile dei “perché?” e mio padre è sempre stato il Piero Angela di casa: una risposta scientifica pronta per ogni domanda ma soprattutto un invito costante a cercare in autonomia, a scavare a fondo, senza fermarsi alla superficie.

Appartenendo alla generazione dei Baby Boomer, papà si è formato in un mondo completamente analogico, quindi per lui fare una ricerca significava uscire di casa, andare in biblioteca, individuare il libro sull’argomento specifico, leggere, selezionare e assimilare le informazioni.

Noi Millennial e Gen Z abbiamo vissuto la transizione al digitale facendo le prime ricerche sulle enciclopedie installate nei primi PC di casa, come la legendaria Encarta. Negli anni 2000 la tecnologia c’era già, ma il processo richiedeva comunque tempo, lettura attiva ed elaborazione personale. Dal 2022/23 però, il modo in cui cerchiamo e fruiamo le informazioni è cambiato radicalmente e la domanda sorge spontanea: cosa è successo al nostro modo di imparare?

Il “blob” informativo e la trappola della pigrizia cognitiva

Giornali e telegiornali raccontano quotidianamente di studenti che scrivono tesi con l’AI o di docenti che la usano per preparare e correggere le lezioni, ma oltre all’automatizzazione dei compiti, stiamo affrontando un problema più profondo: il web si è riempito di contenuti generati da e con l’AI, creando un vero e proprio “blob” informativo in cui gli algoritmi citano se stessi a catena.

Ormai è diventato anche difficile distinguere una notizia vera da una rielaborazione sintetica perché le intelligenze artificiali generative offrono risposte scritte in linguaggio naturale con zero tempo di attesa e il prezzo da pagare è la diffusione della pigrizia cognitiva.
Se fino a qualche anno fa la SEO serviva per far comparire il sito web in prima pagina perché le persone difficilmente cercavano oltre la fine della pagina 1, oggi con le risposte sintetiche è ancora più raro che un utente clicchi sui link delle fonti citate dall’AI per verificarne l’autorevolezza.

Ci accontentiamo della superficie, eppure, la vera curiosità è quella che spinge a farti domande complesse come “Chi ha pensato per primo di trasformare l’elettricità in luce e calore, e in che modo ci è riuscito?” o “Come funziona un condizionatore? Perché spesso ha bisogno di una unità esterna? A chi è venuto in mente di creare un elettrodomestico oggi tanto indispensabile?“, domande quasi esistenziali ma complesse a tal punto da richiede tempo, approfondimento e fatica mentale.

Cosa c’entra la crisi della curiosità con il Marketing?

Spesso osservando la realtà che mi circonda, mi capita di trovare dei parallelismi con il mio lavoro o nel mio ambito e la domanda “cosa è successo al nostro modo di imparare” mi incuriosisce molto: le nuove generazioni che hanno avuto a disposizione i primi chatbot per il loro studio, quali competenze hanno acquisito con facilità e quali, al contrario, rischiano di non imparare mai?

Nella vita e nel lavoro, il mio motto è sempre stato “La curiosità è il motore della conoscenza” perché credo fermamente che studiare aneddoti, analizzare casi studio lontani dal nostro settore e approfondire argomenti eterogenei serva ad allenare il nostro pensiero laterale.

Avere una bagaglio culturale eterogeneo, ci permette di guardare i problemi da prospettive differenti e di connettere punti apparentemente slegati. Se come professionisti del marketing affidiamo la nostra creatività agli stessi algoritmi e agli stessi prompt, il rischio è quello di ritrovarci a produrre strategie sempre più piatte, omologate e incapaci di distinguersi davvero.

Il Pensiero Critico: l’unica competenza Human-First non replicabile

Oggi la maggior parte dei testi come articoli, tesi, news e post social vengono scritti con un semplice prompt e usare l’AI per velocizzare o automatizzare le attività noiose o superare il blocco della pagina bianca è sicuramente un approccio intelligente, ma la vera discriminante professionale non è saper digitare un buon prompt, piuttosto:

“Senza un’Intelligenza Artificiale a disposizione, sarei stato in grado di risolvere questo problema da solo?”

I modelli generativi producono testi in linguaggio naturale non sempre veri e nonostante possano analizzare e sintetizzare enormi quantità di dati, sono privi di empatia ed esperienza vissuta sul campo.

Il pensiero critico è la capacità di dubitare, verificare le fonti, smontare una tesi e saper porre domande scomode e al momento è ancora una competenza prettamente umana non replicabile tramite algoritmi.

L’accesso illimitato all’informazione è una risorsa straordinaria, a patto di continuare ad allenare il cervello alla “fatica del comprendere”, perché l’AI può darci tutte le risposte che desideriamo, ma il valore del nostro lavoro dipenderà sempre e solo dalla qualità delle domande che sapremo farci.